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I paesi del mediterraneo e le politiche di welfare Europee: prospettive e sviluppi per una integrazione possibile.

Il dibattito politico italiano ormai da parecchi anni rappresenta, all'interno delle priorità delle agende politiche dei governi in carica, la capacità di esemplificare parte delle riflessioni che l'Europa da molti anni ha avviato in merito a processi e fenomeni quali l'immigrazione, il confronto con i paesi confinanti e il rapporto con i paesi che si affacciano nell'area del mediterraneo.

Di queste riflessioni, che in parte affronteremo, nulla trapela sui nostri giornali e niente ci è dato da intendere nei numerosissimi salotti televisivi che quotidianamente invadono le nostre case. Sembra quasi che alla complessità di un fenomeno vasto e diffuso quale quello delle povertà di alcuni paesi e della spinta a fuggire da questa povertà l'unica risposta politica nazionale sia quella che, efficacemente, il filosofo Etienne Balibar definisce "l'apartheid europeo", cioè la costituzione di una popolazione interiorizzata (in diritti e dunque in dignità) tendenzialmente sottoposta a forme violente di controllo sociale e costretta a vivere in modo permanente "sulla frontiera nè del tutto all'interno nè del tutto all'esterno".

Buona prova di quello che Balibar ha descritto lo danno, oggi più che mai, i famigerati CPT (Centri di permanenza temporanea), fotografie perfette di una dimensione che istituzionalizza e criminalizza non tanto i comportamenti ma gli status, vuoi di immigrato irregolare, vuoi di immigrato con pendenze penali. Rispetto ai CPT vogliamo solo sottolineare come, in merito all?immigrazione, le politiche degli schieramenti di destra o di sinistra siano più vicine nei fatti di quanto apparentemente le parole e i paradigmi politici di riferimento ci vogliono fare credere[1]. Più in generale potremmo dire che, con buona pace di tutto il pensiero sviluppato da Michael Foucault sempre di più assistiamo, impotenti, alle scelte di una politica che rifiuta di ragionare in termini di inclusione sociale avendo scelto, a suo tempo, dinamiche di esclusione sociale che marginalizzano, separano, criminalizzano ciò che di volta in volta crea allarme sociale o sviluppa ansie collettive. Ciò vale per l'immigrazione, vale a maggior ragione per quanto concerne le politiche criminali e le dinamiche ad esse connesse, ma vale anche per fenomeni diffusi quali droga, prostituzione e devianza minorile. Un furore ideologico ci abbaglia, accecandoci, e questo abbaglio ci porta nella direzione opposta: invece di diminuire i tassi di popolazione che cerca di sfuggire all'emarginazione si incrementano, al contrario, processi e dinamiche di esclusione che oltretutto fanno lievitare i costi sociali. La migliore prova di quanto stiamo affermando ci viene data dall'aumento degli indici di carcerazione, che sono in costante crescita in tutti i paesi dell'Occidente. Ma se volessimo confrontare i paesi europei, paesi all'interno dei quali lo stato sociale pur a fatica regge, con gli Stati Uniti, ci renderemmo conto di quale può essere il nostro futuro nel momento in cui si decide di perseguire una strada di smantellamento del welfare a favore di una liberalizzazione e, soprattutto, di una filosofia di vita che pone al centro l'individualismo estremo e penalizza il prendersi carico dei più deboli.

E proprio ragionando in termini freddamente statistici e numerici, sia sufficiente il dato riguardante gli indici di carcerazione che vedono gli Stati Uniti competere non solo con i paesi totalitari ma superare di ben otto volte, ad esempio, gli indici di carcerazione di paesi quali l'Italia, la Francia o la Germania.

Volendo ricollocare tale ultima riflessione nella geografia del nostro paese e, quindi, dovendoci confrontare più di altri paesi con i nostri dirimpettai mediterranei, il ragionamento non può non partire da una sorta di visita diagnostica dello stato sociale italiano ed europeo e dei trends che l'Europa e l'Italia si sono imposti nel corso degli ultimi anni.

Tale diagnosi, d'altra parte, è necessaria proprio per inserire il paese Italia all'interno dei processi di globalizzazione che, ultimamente, hanno subito accelerazioni enormi e che fanno sì che decisioni prese con mesi o anni di ritardo diventino, quando sbagliate, decisioni dalle conseguenze irreversibili.

In tale disanima non potremmo prescindere dai processi economici, anche se vogliamo rivendicare sempre e comunque che all'interno dei processi economici l'ultima parola dovrebbe spettare solo ed esclusivamente alla Politica.

Il "manuale diagnostico" da noi utilizzato per analizzare lo stato dell'arte del nostro sistema di welfare si chiama " Rapporto sui diritti globali " ed è un voluminoso tomo, suddiviso per schede, che ci serve per declinare ed incrociare le tendenze in atto nel nostro paese.

Cercheremo di farlo senza farci prendere la mano da una terminologia catastrofista quale, ad esempio, declino o deriva ma evidenziando, nella maniera più oggettiva possibile, alcuni dati tutti italiani che intersecano aspetti centrali della nostra crescita economica con i fenomeni costanti del migrante che bussa alla nostra porta e dei diritti che a questo migrante dovrebbero essere inevitabilmente riconosciuti. Confrontando le politiche italiane con i principi e le direttive che l'Europa ha condiviso ma, più in generale, con una concezione di stato sociale europeo che sempre più e da più parti viene messo in discussione; ricordiamo, infatti, che il Parlamento Europeo si è mostrato molto critico nei confronti dei governi dell'Unione Europea per quanto fatto dagli stessi in merito alle politiche sociali: scriveva infatti il Parlamento "...spiace notare come l'impeto dato dal Consiglio di Lisbona per uno sviluppo sostenibile, accesso al lavoro e politiche di inclusione, sia rimasto impigliato in gravi ritardi di attuazione...", sottolineando ulteriormente la preoccupazione per il gap crescente tra finalità ed obiettivi dell'agenda di Lisbona e le linee-guida economiche e di budget.

Quale distanza dalle radici che hanno dato vita ad una profonda riflessione sulla cooperazione euro-mediterranea alla Conferenza di Parigi nel lontano 1972. In tale Conferenza venne elaborata la politica cui, poi, venne dato il nome di "Politica Mediterranea Globale" e oggi la possiamo definire come il primo atto concreto che, seguito da altre conferenze ed atti programmatici, avrebbe (l'uso del condizionale è d'obbligo) dovuto avviare un processo politico di rapporti economici e di rapporti di assistenza tesi ad avvicinare le aree del Maghreb e Mashrek alla regione europea. Interessante che, già allora, il Consiglio dei Ministri della CEE raccomandava espressamente un'attenzione particolare al trattamento dei lavoratori migranti negli stati membri, anche se all'epoca tale raccomandazione era nello specifico diretta alla Francia, primo paese europeo ad accogliere uomini e donne provenienti dalle due regioni sovra menzionate. Solo qualche anno più tardi, alla fine degli anni settanta, anche l'Italia e la Spagna iniziarono a diventare tra i paesi di riferimento per i flussi di lavoratori che provenivano dalle rive africane, asiatiche e balcaniche del Mediterraneo e tale iniziale e frammentario fenomeno impose l'adozione delle prime normative per disciplinare la cooperazione nel settore degli scambi della manodopera.

La Conferenza che ha meglio interpretato questo fenomeno migratorio, facendone una sintesi politica, è la Conferenza di Barcellona del 1995. Essa ha rappresentato, da un punto di vista di approccio e di riflessione, un momento di approdo fondamentale: a Barcellona, infatti, è stato sottoscritto l'accordo di partenariato euro-mediterraneo (PEN) e sono state poste le basi dei processi di cooperazione per gli anni successivi.

Uno dei meriti di tale Conferenza è stato, indubbiamente, quello di avere indicato una nuova strada rispetto alla Conferenza di Parigi in termini di abbandono della politica assistenzialistica verso le regioni che si affacciano al Mediterraneo e di riconoscimento di tali paesi come capaci di perseguire crescita e sviluppo in maniera autonoma, grazie a politiche che sarebbero state declinate in programmi di formazione in grado di qualificare le risorse umane immigranti e di favorirne rientri nei paesi di origine produttivi. Con Barcellona, di conseguenza, si poneva un seconda e ancora più importante pietra nella costruzione dei rapporti individuando, quale primario obiettivo da conseguire, il benessere socio-economico dei paesi mediterranei benessere che avrebbe ulteriormente indotto benefici di ritorno grazie alla vicinanza geografica e all'aumento progressivo dei rapporti già esistenti. La Conferenza di Barcellona si è inoltre dotata, a tale fine, di un importante strumento operativo rappresentato dai finanziamenti MEDA il cui ordine di grandezza, ad esempio per il periodo 2000-2006, ammonta ad un budget di circa 5,3 miliardi di euro.

L'importanza di tali linee di finanziamento riguardava non solo i rapporti finanziari ed economici tesi a migliorare l'accesso al mercato comunitario ed ad accompagnare il processo di adeguamento economico dei paesi mediterranei ma, per quanto riguarda più da vicino ciò di cui stiamo scrivendo, migliorare e favorire i processi di conoscenza sociale ed umana al fine di realizzare una più completa integrazione facendo leva sulla società civile e sulla cooperazione decentrata degli organismi di volontariato.

La Conferenza di Barcellona, chiaramente, ha poi avviato una intensa attività diplomatica e politica che, attraverso numerosi colloqui esplorativi della Commissione Europea, ha preparato il terreno per strumenti di prossimità e piani di azione finalizzati ad attuare le direttive della Conferenza stessa.

Non si può negare che, però, un'assenza di politiche comuni interne all'Unione Europea (in tal senso è particolarmente interessante quanto accaduto, in tema di sanatoria dell'immigrazione, nella Spagna di Zapatero negli ultimi mesi) in termini di immigrazione, unitamente alla posizione divergente tra l'Europa ed i paesi delle regioni sud-mediterranee, ha fortemente rallentato un processo migratorio capace di reali integrazioni: infatti, se da un lato gli europei tendono a limitare i flussi e sempre di più sono orientati verso la repressione (talvolta ferocissima) dell'immigrazione clandestina, dall'altro i paesi arabi richiedono un approccio più tollerante e funzionale ai problemi di sviluppo economico e sociale.

E proprio sull'immigrazione la politica del PEN ha denunciato alcuni limiti. Il limite principale si basa sulla constatazione che, mentre la finalità di Barcellona legata al miglioramento socio-economico dei paesi mediterranei è improntata sul medio e lungo periodo, la pressione ai flussi migratori necessita di soluzioni sul breve periodo. Tale apparente contraddizione non aiuta a fare decollare una collaborazione forte tra paesi e, volendo calare l'esempio in Italia, favorisce l'aumento delle ansie e paure sociali. Una collaborazione che tramite accordi bilaterali riesca, realmente, a controllare e pianificare i flussi migratori legali e a controllare e limitare quelli illegali. La questione migratoria tra i differenti sotto-insiemi comunitari rappresenta una delle questioni spinose della cooperazione euro mediterranea. L'intera economia mondiale tende, sempre più, ad oltrepassare le frontiere statali e gli spazi migratori sono realtà che vedono inapplicabili le logiche interne del protezionismo. Da questo punto di vista la limitazione alla circolazione delle persone non può più essere mantenuta in un contesto generale di globalizzazione, caratterizzata dalla intensificazione degli scambi e della circolazione dei capitali. Si aggiunga, in questo quadro, la presa d'atto (contenuta in un documento d'orientamento strategico della Commissione Europea) del ritardo e delle carenze profondamente radicate presenti nelle strutture della governance del mondo arabo. In particolare, il documento individua tre deficit connessi alla libertà, all'emancipazione delle donne e all'informazione e ritiene che, per raggiungere uno sviluppo duraturo in campo economico, sociale e umano sia "essenziale riformare profondamente e consolidare la governance, rafforzare le libertà politiche ed economiche e incrementare il livello di partecipazione pubblica".

Ne derivano un insieme di rallentamenti di ordine sociale, economico e culturale a cui si aggiunge, non ultimo, l'acuirsi del fondamentalismo di matrice religiosa che in taluni casi si rileva forte alternativa politica. Ne consegue, all'interno di questa cornice, che da parte europea una spinta in termini protezionistici delle proprie frontiere, prima ancora che sbagliato, sia inutile. Le azioni di contrasto, d'altra parte, hanno un senso quando le variabili che originano un fenomeno sono variabili conosciute e calcolate. Nel caso dell'immigrazione, le variabili sono infinite e non sempre calcolabili. Gioverebbe, ad esempio, soffermarsi su quanto condiviso nella Conferenza di Barcellona in merito alla dimensione migratoria; tale dimensione è stata considerata, a pieno titolo, uno dei principali aspetti del progetto euro-mediterraneo e la sua gestione è stata interpretata e declinata sia sotto gli aspetti di stabilizzazione politica, sia come un fattore di promozione dello sviluppo attraverso le relazioni, i flussi, gli scambi e la mobilità di individui, di beni, di capitali e di culture che, inevitabilmente, il movimento migratorio ingenera. Uno dei tanti esempi ci rimanda all'importanza del trasferimento delle rimesse. Non volendo negare che vi siano nelle rimesse anche effetti e aspetti negativi, si evidenzia quali effetto indiretto positivo l'aumento della produzione e del reddito nazionale. A tal fine si pensi alle rimesse dei migranti messicani pari, nella bilancia dei pagamenti, al giro di affari generato dal turismo.

Già nel 1995 la Conferenza di Barcellona si era posta il problema di come governare il fenomeno dei flussi migratori illegali: "tenuto conto della importanza della questione migratoria all'interno delle relazioni euro-mediterranee, verrà incoraggiata l'organizzazione di riunioni al fine di giungere a proposizioni sui flussi e sulla pressione migratoria. Queste riunioni terranno conto dell'esperienza pregressa nonché di quella acquisita nel quadro del programma MEDA-Migration, soprattutto per ciò che riguarda il miglioramento delle condizioni di vita degli immigrati che risiedono nella UE" e aggiungeva "i funzionari si riuniranno periodicamente al fine di esaminare le misure concrete da adottare per il miglioramento della cooperazione tra le autorità giudiziarie, amministrative, doganali e di polizia nella lotta all'immigrazione clandestina".

A distanza di dieci anni da questi intenti, volendoci soffermare sulla situazione in Italia, sottolineiamo come la situazione si sia, se non del tutto, di molto rovesciata[2]. Un insieme di politiche di contrasto forte all'immigrazione illegale ed un insieme di politiche che rendono difficoltosa se non penosa l'immigrazione legale crea, paradossalmente, percorsi nuovi e continui di marginalità e di criminalizzazione. Va anche detto che l'Italia non è sola in questa inversione di tendenza, se è vero che il numero di stati che attuano politiche restrittive per limitare i flussi in entrata è passato dai trentatrè stati del 1986 ai settantotto del 2001.

Le politiche di questi stati sono presentate come l'attuazione del concetto secondo cui vanno accolti ed integrati gli immigrati che lavorano e respinti o rimpatriati i cosiddetti clandestini, come se si trattasse di una sub-categoria di immigrati più propensa alla criminalità ed al parassitismo che alle attività lavorative. Tale equazione non sembra essere del tutto corretta e lo dimostrano le sanatorie messe in atto dalla maggior parte dei governi europei negli ultimi anni che, facendo transitare da illegalità a legalità il cosiddetto clandestino, dimostrano come i clandestini e quelli che lavorano onestamente sono in realtà le stesse persone.

In Italia, negli ultimi sedici anni, sono state attuate ben cinque sanatorie per l'emersione dalla irregolarità degli immigrati stranieri per un totale di circa 1,5 milioni di immigrati regolarizzati. Se volessimo aggiungere a questi ex clandestini i minori che non hanno un autonomo permesso di soggiorno, nonché coloro che sono arrivati grazie alle norme per i ricongiungimenti familiari, ci confrontiamo con i numeri, sul totale degli immigrati, che circolano attualmente. Ne deduciamo che, quindi, clandestini si diventa: per l'impossibilità di entrare legalmente a causa di leggi restrittive che prevedono quote di ingresso insufficienti rispetto alle richieste di manodopera provenienti dal mercato del lavoro; per le difficoltà di rinnovare il permesso di soggiorno in un mercato del lavoro flessibile e precario, che àncora lo stesso permesso all'esistenza di un contratto; per una cultura imprenditoriale, ancor troppo diffusa, che tende a regolare i rapporti lavorativi fuori dagli schemi contrattuali e che fa fatica a riconoscere diritti e dignità al lavoratore immigrante. Anche l'ultima sanatoria in Italia dovrebbe portare ad una riflessione critica in merito alle politiche migratorie su cui i paesi europei stanno focalizzando la loro attenzione, si tratta di politiche tese sempre più a contrastare l'immigrazione clandestina abbandonando un intento serio di affrontare e capire le cause.

Volendo concentrarci sulla Legge 139/2002 (Bossi-Fini) e volendo confrontare i dati di questi ultimi anni, se ne deduce che le attuali "quote di ingresso" si sono dimostrate fallimentari. Hanno infatti determinato, negli ultimi anni, l'ingresso di circa sessantamila persone mentre, contemporaneamente, altre duecentomila persone sono entrate in Italia attraverso canali più o meno legali. E tale fallimento balza ancora di più agli occhi se pensiamo che la sanatoria del 2003 ha regolarizzato seicentotrentamila lavoratori. Vale la pena riportare le parole di Pietro Basso e Fabio Perrocco, quale fotografia reale del percorso di uno straniero irregolare: "alle imprese" scrivono i due studiosi "servono sempre nuovi contingenti di lavoratori, ma perché tale fornitura di manodopera corrisponda in pieno alle loro attese, bisogna che si tratti di una forza lavoro per quanto è possibile indifesa. La condizione di minorità sociale, giuridica, cultura e psicologica in cui è tenuta la massa degli immigrati, la moltiplicazione dei divieti e delle restrizioni agli ingressi e alle permanenze con l'oggettiva moltiplicazione del rischio della clandestinità; la forte dipendenza materiale che i processi di ingresso ostacolato comportano per gli immigrati; bene, tutti questi effetti delle politiche punitive degli stati nei confronti dell'immigrazione giovano alle imprese perché consegnano nelle loro mani una forza lavoro che, quantomeno inizialmente, deve vendersi a condizione che non può in alcun modo negoziare".

Aggiungiamo noi che, qualora l'immigrante per scelta o per necessità non accetta le condizioni imposte da una parte del mercato, si avvia inevitabilmente verso un percorso di criminalizzazione ed emarginazione al cui fine troverà forme più o meno organizzate di criminalità ad accoglierlo a braccia aperte.

Questo spiega, in parte, perché l'Italia abbia la percentuale di detenuti stranieri più alta in Europa, che ha superato il 31% rispetto alla popolazione carceraria generale.

Inserendo tale contesto nell'ambito ancora più ampio di uno stato sociale, che negli ultimi anni pare sempre più scricchiolante, le prospettive ed i progetti di vita di chi giunge oggi in Italia tutto possono sortire, ma non un reale processo di integrazione.

Le difficoltà legate a un percorso di inclusione sociale e di integrazione sono, infatti, molte:

  • La nuova legislazione sul lavoro che, priva di ammortizzatori sociali, rende difficoltosa la dimensione progettuale anche a chi è italiano e che rende spaventosa tale dimensione per chi in Italia non ha ammortizzatori familiari e relazionali. Che rende impossibile l'accesso al credito, limitando fortemente anche la capacità di investimento
  • Un sistema legato alla salute e ai servizi sociali, che negli ultimi anni sempre più viene declinato in termini di compatibilità o non compatibilità con le risorse economiche dello stato e delle regioni. Non possiamo non notare, infatti, che recentemente alcune caratteristiche del sistema sanitario italiano che lo assimilava al modello europeo di welfare pubblico, stanno subendo una graduale mutuazione. Le caratteristiche di cui parliamo riguardano essenzialmente la centralità dell'intervento pubblico nella gestione ed erogazione dei servizi e la centralità dell'intervento pubblico nel finanziamento; una elevata incidenza della spesa pubblica sul totale della spesa sanitaria; la prevalenza degli interventi universalistici su quelli selettivi. A comprovare l'erosione di queste caratteristiche, sottolineiamo che l'incidenza della spesa pubblica sulla spesa complessiva si è ridotta quasi ovunque a vantaggio di quella privata e si assiste ad una estensione crescente delle quote di compartecipazione alla spesa da parte dei cittadini che fruiscono dei servizi pubblici[3].
  • Un sistema legato all'inserimento scolastico, che fatica ad intercettare e a non disperdere gli italiani, ma che fatica ancora di più ad intercettare i bambini e gli adolescenti stranieri. Il dato, recentissimo, che colloca l'Italia quale fanalino di coda nelle iscrizione alla scuola di bambini stranieri (3,5 %) indica come la partita in gioco della futura integrazione di questi bambini nel nostro paese sia una partita, con queste premesse, che rischiamo di perdere. A maggior ragione tale partita sarà persa nel momento in cui si rinuncia sempre più ad una lotta efficace contro la dispersione scolastica, a tutto vantaggio di politiche di privatizzazione di un diritto che dovrebbe essere di tutti ma che in prospettiva futura potrà essere di pochi.
  • Infine la mancanza assoluta di politiche dell'accoglienza che, soprattutto nelle aree metropolitane, possano concretizzarsi in una ricerca e nel conseguimento di abitazioni che rendano la permanenza in Italia dignitosa a un costo compatibile con il reddito prodotto. La problematica della casa, di per sé grave anche per le famiglie italiane a basso e medio reddito, diventa insormontabile per l'immigrante che onestamente vuole vivere e costruirsi una famiglia. A titolo di esempio citiamo il caso Milano dove sono in attesa circa 60.000 domande di alloggio popolare e dove, negli ultimi due anni, su 36.000 domande solo 350 famiglie hanno visto riconosciuto il loro diritto ad una casa pubblica.

Lavoro, casa, salute, istruzione rappresentano ancora oggi gli elementi qualificanti di un welfare del futuro. Un futuro in cui la Politica e le scelte conseguenti devono riappropriarsi di una funzione centrale, relegando l'economia come strumento a loro servizio.

Un ulteriore punto da chiarire, in questa direzione, è quello che riguarda gli orientamenti che dovrebbero ispirare uno Stato moderno nel momento in cui svolge la sua funzione fondamentale di redistribuzione del reddito e delle opportunità. Il mondo degli esclusi e delle persone a rischio di esclusione, infatti, è un mondo cui i governi occidentali destinano oggi una quantità di risorse strutturalmente inferiore a quella di cui ci sarebbe bisogno. Teorizzare, come qualcuno ha fatto, la necessità di un contenimento della spesa sociale facendo di tale contenimento il cardine di riforme strutturali, che salverebbero l'economia del paese e che consentirebbero di farci rientrare nei parametri di Maastricht, ha contribuito a determinare in questi ultimi anni restringimenti progressivi della spesa a favore delle persone in maggiore difficoltà.

Il punto di forza teorico su cui questo tipo di svolta deve essere appoggiato è di ordine culturale. Parlando dell'idea per cui il diritto alla salute, alla accoglienza, al lavoro è un diritto universale a prescindere dalle condizioni personali, familiari, economiche, di classe, di razza, quello che va affermato con chiarezza è che gli esclusi e le persone a rischio di esclusione sono persone che crescono e/o vivono in condizioni di disagio particolare, di origine interpersonale e/o sociale e che contribuiscono, da un certo momento in poi e sulla base di loro reazioni, alla costruzione e al mantenimento della loro difficoltà. Il ripensamento delle politiche sociali attuate in questi anni dai governi europei ha determinato un aumento evidente del rischio di emarginazione. Crescono il disagio giovanile, la sofferenza psichica e psicologica, le dipendenze, il ricorso all'usura, la precarietà dell'occupazione e dei progetti di vita. La ricetta che viene declinata, di fronte a questa crescita progressiva delle tensioni sociali, è quella legata al tentativo di trasformarli in segnali di allarme per la tranquillità di quelli il cui potere d'acquisto resta forte. E' sulla base di questo inganno che molti dei governi europei hanno deciso di centrare la propria agenda politica sulla sicurezza: approvando leggi repressive nei confronti degli immigrati e immaginandone di ancora peggiori nei confronti dei giovani con problemi di droga (è per altro in costante aumento la diffusione di sostanze legali e illegali tra giovani stranieri, in parte dettata anche dal fallimento del loro progetto migratorio) o con problemi psichiatrici; spingendo, oltre ogni limite, la durezza a volte disumana (il carcere di massima sicurezza) delle istituzioni carcerarie e disprezzando i timidi tentativi di cura e di riabilitazione dei minori con problemi penali o, come accennato sopra, istituendo i centri di permanenza temporanea. Diffondendo paura, insomma, evocando reazioni d'ordine e di odio nei confronti di chi si trova in una condizione di debolezza ed evitando di affrontare il problema per quello che è: distinguendo sempre di più i poveri buoni (che accettano la carità) da quelli cattivi (che parlano di diritti).

L'esigibilità dei diritti, una effettiva partecipazione alla vita democratica, è forse il primo elemento su cui confrontare l'Europa con i paese vicini. Se si perde questa battaglia anche i processi di integrazione rischieranno di dilatarsi all'infinito.

[1] Istituiti nel 1998 dalla legge numero 40 (Turco-Napolitano) e successivamente confermati dalla legge numero 189/2002 (Bossi-Fini), i CPT hanno lo scopo di identificare gli stranieri intercettati sul territorio italiano privi di regolare permesso di soggiorno in vista del rimpatrio. Il tempo massimo di trattenimento è oggi di sessanta giorni (era di trenta giorni con la legge numero 40/98). Nel periodo compreso tra il luglio 2002 e il luglio 2003 sono stati trattenuti nei CPT 16.924 persone, di cui 13.232 uomini e 3.332 donne.

[2] Cfr. Kofi Annan, Segretario Generale dell’ONU, Discorso tenuto presso il Parlamento Europeo in data 29 gennaio 2004: "L'Europa ha bisogno di immigrati e se chiude le sue porte rischia la stagnazione; nei prossimi anni l'immigrazione sarà uno dei terreni principali su cui l'Unione Europea verrà messa alla prova". Annan, inoltre, esorta i governi ad adottare politiche di integrazione degli immigrati chiosando il proprio discorso affinché "un Europa capace e aperta a gestire l'immigrazione sarà una Europa più giusta, più ricca, più forte e più giovane".

[3] La spesa privata complessiva è cresciuta nella maggioranza dei paesi, fatta eccezione per Danimarca e Lussemburgo dove è rimasta costante e per l'Irlanda dove è diminuita. I paesi in cui la componente privata ha conosciuto la maggiore espansione sono Grecia ed Italia ma il nostro paese è l'unico nel quale la spesa sanitaria complessiva non si sia contratta, malgrado la riduzione della componente pubblica. La spesa privata si è, infatti, espansa in misura più che compensativa (INPDAP, 2003).

Achille Saletti, criminologo
Presidente Associazione Saman

Paola Bettolini, operatrice sociale
Ufficio Progetti Saman

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